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Vecchio 02-10-2010, 05:06 AM
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Predefinito Nel '94 arrivò l'ordine di schierarsi col Polo

MENO MALE CHE SILVIO C'È
Giovanni, Mario, Nino e gli altri: quegli uomini d'onore in prima
fila per la nascita di Forza Italia in Sicilia
di Peter Gomez

Adesso negano tutti.
Quelli che c'erano e quelli che non c'erano.
Nega Gianfranco Micciché, nel 1994 coordinatore di Forza Italia nella
Sicilia occidentale, che dice:

"Mai nessun mafioso ha avuto contatti, né rapporti con me".

Nega Sandro Bondi che all'epoca aveva appena lasciato Fivizzano per
approdare in quel di Arcore.

E nega Giancarlo Galan, che c'era, ma che stava in Veneto. Tutti sono
d'accordo. Massimo Ciancimino è un calunniatore manovrato: tra la
Forza Italia delle origini e Cosa Nostra non c'è mai stato alcun
rapporto.

Ha ragione il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, che, in qualità di
dirigente, ricorda come le adesioni al partito avvennero "senza
concedere mai alcuno spazio a personaggi che fossero in qualche modo
anche lontanamente assimilabili ad ambienti collusi con la criminalità
organizzata".

La storia però è tutta diversa.

E a raccontarla non sono solo i processi, ma persino le collezioni dei
giornali. Infatti se è sbagliato dire che Berlusconi vinse le elezioni
del '94 (solo) grazie all'appoggio della mafia o che Forza Italia è
nata per (esclusivo) volere di Bernardo Provenzano, altrettanto errato
è affermare che Cosa Nostra con il movimento del Cavaliere non
c'entra.
Anche perché già il 12 aprile del '94, il presidente della Commissione
antimafia Tiziana Parenti, appena eletta nelle fila del partito del
Cavaliere, denunciava a chiare lettere il "rischio di infiltrazioni
mafiose".

In quei giorni si era spenta da poco l'eco della campagna
elettorale.
In Sicilia come nel resto del Paese erano nati centinaia di club
azzurri. E visto che per fondarli bastava inviare un fax con cinque
firme alla sede del partito, dentro ci si trovava di tutto. Così, a
Capaci, il paese della strage, una settimana prima delle elezioni, una
bandiera di Forza Italia viene piazzata sul balcone della palazzina
del boss locale, in quel momento in carcere.

A Misilmeri, invece, il responsabile del club cittadino, l'incensurato
Giovanni La Lia si sente spesso per telefono con uno degli autori
della strage dei Georgofili, a Firenze.

Mentre ad Altofonte, coccarde e volantini sono distribuite da Mario
Gioè, fratello di Nino, l'uomo d'onore morto suicida in carcere dopo
essere stato arrestato per la bomba a Falcone. Angelo Codignoni, il
responsabile nazionale dei club, smentisce che Gioè abbia
ufficialmente fatto parte del movimento, ma per ironia della sorte,
il 5 febbraio 1994, presenta Forza Italia ai siciliani nelle sale del
San Paolo Palace, l'albergo di un imprenditore condannato come
prestanome, dei fratelli Graviano, i due boss di Brancaccio ora
sospettati di essere in rapporti con Marcello Dell'Utri e Berlusconi.

E il club viene poi chiuso da Micciché.
A Villabate, intanto, la fa da padrone Nino Mandalà, amico ed ex socio
di Renato Schifani e Enrico La Loggia, che di li a poco prenderà in
mano la locale famiglia mafiosa.

Mentre il movimento politico di Sicilia Libera, fondato per volontà
del cognato di Riina, Leoluca Bagarella, vede una serie di suoi
aderenti confluire negli azzurri.

Decine di pentiti sono concordi nell'affermare che nel '94 arrivò
l'ordine di schierarsi col Polo. Dice, per esempio, Pasquale Di
Filippo, genero del boss della Kalsa Tommaso Spadaro: "Mi ricordo che
mio suocero mi disse: 'Dovete votare per Berlusconi'.

Tutta Palermo sapeva che doveva votare Berlusconi". Anche se l'ex
braccio destro di Provenzano, Nino Giuffrè, spiega: "Forza Italia non
l'abbiamo fatta salire noi. Ma il popolo stanco della Dc. E noi furbi
abbiamo preso la palla al balzo. Tutti Forza Italia".

Così, tra chi sostiene e fa campagna per il cavaliere, ecco anche
il commercialista di Totò Riina, Pino Mandalari, un potente massone,
già arrestato negli anni Settanta, e poi condannato a dieci anni di
carcere. In quei giorni i telefoni di Mandalari sono sotto controllo.

La polizia lo sente lamentarsi perché a una riunione Micciché non lo
ha fatto salire sul palco, ma poi lo ascolta mentre chiama Michele
Fierotti e Filiberto Scalone di An e mentre parla con la segreteria di
La Loggia che chiama pure a casa chiedendo di Enrico.
Certo, una volta interrogati tutti, a partire da Mandalari, negano (La
Loggia) o minimizzano.

Ma l'impressione che non si sia andati troppo per il sottile, resta.
E diventa più evidente con il passare del tempo.
Nel 1995, per esempio, entra in Forza Italia, Giovanni Mercadante,
senza che nessuno dica niente sulla sua stretta parentela con il boss
di Prizzi (legato a Provenzano), Tommaso Cannella.
Il risultato è che Mercadante passa dal comune alla regione e infine
approda nelle patrie galere.

Selezione della classe dirigente? Nessuna. Tanto che nel '96, diventa
addirittura presidente della regione l'ex commercialista della moglie
di zio Bino.
Si chiama pure lui Provenzano (Giuseppe, ma è un'omonimia), è stato
in prigione, poi però l'hanno prosciolto per insufficienza di prove.

Per la politica quasi una medaglia. Per la mafia, che certamente ha
frainteso tutto, l'ennesimo segnale.

a

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arrivo, col, lordine, polo, schierarsi

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